la trama
Adam, neonazista appena uscito di prigione, deve trascorrere un periodo
di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di Padre Ivan,
curioso e inquieto parroco protestante. Dovendo indicare un obiettivo
finale della sua permanenza, Adam dichiara di voler realizzare una torta
di mele con i frutti di un albero che cresce vicino alla chiesa.
la recensione di Concetta
Film geniale e pieno di grande significato.
A primo acchito in effetti si resta un po’ col giudizio
sospeso perché presta il fianco a varie interpretazioni.
Ma, ripensandoci nei giorni, ciò che ho trovato davvero
interessante, oltre a tutto ciò che ha evidenziato bene “sentieri del cinema”
nella sua recensione e cioè, la capacità di quest’uomo di tenere insieme e di
dare uno scopo, una via da seguire a varie cellule impazzite attraverso la sua
amicizia, è il suo personale rapporto
con Dio.
Cosa voglio dire: il tumore,
introdotto mirabilmente da chi ha scritto tale storia, non è affatto ciò che
determina o meno la sua fede, la sua condotta, le sue convinzioni, la sua
adesione o meno alla realtà.
Il tumore è introdotto come fatto determinante per il dottore e non per il Pastore
protestante, anche se ad una lettura superficiale svia lo spettatore.
E’ il dottore. che ad esso
imputa tutta la personalità strana del Pastore.
E’ il “miracolo”
della pallottola che non solo non uccide ma addirittura salva la vita, che gli
fa “chiudere bottega” anche dinnanzi all’evidenza che in Dio 2+2 non fa mai 4.
Il tumore, con la
storia del Pastore, nel senso di rapporto con Dio, non c’entra nulla.
Invece, il vero leitmotiv di tutto il film è dato dal Libro di Giobbe, che si impone
in varie scene, e la Croce,
dapprima rinchiusa nel cassetto, poi usata come spaventapasseri ed infine
“libera” in tutta la Sua potenza salvifica.
Ciò che mancava al Pastore era il rapporto diretto,
dialettico, anche “gridato”, con Dio
che, come nel Libro di Giobbe, aveva permesso nella sua vita tante disgrazie.
Fino a quando il Pastore non sarà messo, attraverso
l’energumeno di turno, come Giobbe e come Cristo nel Getsemani, dinnanzi a
tutta la crudezza del dramma della vita e non “griderà” a quel Tu che tanto
predica, tutta la verità del suo non
volere tutto ciò, il suo rapporto con Dio non potrà essere vero e
quindi libero.
Solo quando, come Gesù in croce, potrà gridare: “Dio mio, Dio mio, PERCHE’ mi hai abbandonato?” e lo farà avvertendo tutto il
silenzio di Dio, tutta l’esperienza della solitudine, dell’abbandono, della
quasi “cattiveria” di Dio
dinnanzi al suo dolore, solo allora, potrà recuperare un vero rapporto con Dio.
E solo allora, anche il rapporto con gli altri della sua
comunità diventa più vero fino al rimanere dell’energumeno con lui che diventa,
anche fisicamente, una persona diversa.
Fino a quando non osiamo anche gridare verso/contro
Dio, laddove ne ravvisiamo la necessità, il nostro rapporto è spirituale e non
reale. E, per dirla con Chesterton: “Il reale, il carnale viene da Dio; lo spirituale dal diavolo!”
Ecco perché trovo geniale l’accostamento di Giobbe e della Croce.
Solo passando attraverso
tutto ciò, attraverso le prove e la naturale “ribellione” come domanda di senso
a quel Dio che dice di amarci, si può fare davvero l’esperienza della Sua
presenza, del Suo amore e del Suo “promuovere” una pallottola a miglior
chirurgo e bisturi possibili.
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