giovedì 8 gennaio 2009

Smontiamo alcuni luoghi comuni su Gaza


Vedere come i canali televisivi arabi e quelli occidentali hanno coperto gli avvenimenti è come affacciarsi a due mondi differenti. Influenzati dalla corrente d’opinione promossa dall'amministrazione di Washington, vicina ad Israele, i media europei e statunitensi hanno assunto mezze verità come fatti, ignorando la situazione complessiva della Striscia e molti dei recenti avvenimenti politici imprescindibili per capire che cosa sta accadendo.
Per comprendere il massiccio movimento di solidarietà che si sta vivendo nei paesi musulmani verso Gaza è necessario contestualizzare i fatti e smontare alcuni dei luoghi comuni. Questi sono alcuni esempi.

Primo luogo comune: “Hamas prese il potere con la forza nel 2007”
In realtà, il Movimento di Resistenza Islamica arrivò al potere nel gennaio del 2006 dopo aver ottenuto l’appoggio del 65% dei palestinesi nelle elezioni celebrate allora, in una massiccia vittoria che fu sorprendente dentro e fuori i territori occupati.
La supervisione internazionale riferì che non si erano prodotte irregolarità, ma il Quartetto (USA, UE, Russia e ONU), congelò i suoi aiuti ai palestinesi con il voluto obiettivo di obbligare Hamas a rinunciare alla violenza e indebolire il gruppo.
Da parte sua, Israele diede inizio ad una dura strategia di isolamento iniziata trattenendo i fondi che riscuote in nome delle autorità palestinesi a titolo di imposta, circa 40 milioni di euro vitali per la sopravvivenza dei Territori.
Inoltre, i soldati israeliani arrestarono la maggior parte dei deputati islamisti nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est, fermando il Parlamento palestinese che rimase sprovvisto del “quorum” per poter lavorare.
Il confronto storico tra la fazione Al Fatah, sconfitta alle urne, e Hamas si aggravò più che mai, ma un sottile intervento internazionale ottenne che si passasse delle parole alle armi.
Secondo un'indagine della rivista “Vanity Fair” fondata su documenti confidenziali autenticati da fonti nordamericane, "si ebbe un'iniziativa nascosta approvata da Bush ed organizzata dalla segretaria di Stato Condoleezza Rice e dal vice consigliere per la Sicurezza nazionale, Elliott Abrams, per provocare una guerra civile palestinese".
Il piano consisteva nell’appoggiare le forze dirette da [Mohamed] Dahlan [leader di Al Fatah] e dotarle di un nuovo armamento fornito su richiesta nordamericana per dare a Fatah la forza necessaria per eliminare dal potere il governo democraticamente eletto di Hamas. Cioè, Washington promosse un conflitto civile interpalestinese per farla finita con gli islamisti.
Così, il leader dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Abu Mazen, (Mahmud Abbas) si rifiutò di consegnare il controllo delle forze di sicurezza ad Hamas che a sua volta organizzò le proprie. Gli scontri isolati tra le due fazioni proseguirono per quasi un anno e mezzo, fino a che, nel giugno 2007, sfociarono in una breve guerra intestina.
Agli islamisti furono sufficienti pochi giorni per avere il sopravvento su Al Fatah. Abu Mazen sciolse il governo eletto di Hamas per nominare un altro esecutivo, tacciato d’illegalità da alcuni esperti palestinesi che criticarono duramente anche l'azione di Hamas, e dividendo “de facto” i due territori palestinesi.

Secondo luogo comune: “Il blocco fu imposto dopo il “colpo di stato” di Hamas”
Il blocco cominciò giorni dopo che gli islamisti arrivarono al governo, a dispetto delle denunce delle organizzazioni umanitarie, le quali notarono che senza gli aiuti internazionali i territori erano esposti ad una crisi umanitaria.
Pochi mesi dopo la vittoria elettorale, le ONG denunciarono la scarsità di medicinali negli ospedali ed avvisarono del rischio di malattie infettive. Il peggio stava per arrivare. Dapprima ci fu la risposta israeliana alla cattura del soldato Guilad Shalit, che punì duramente la Striscia.
Un anno dopo, a seguito dei combattimenti interpalestinesi, Tel Aviv dichiarò Gaza entità nemica, permettendo l'entrata di appena 19 prodotti di base rispetto ai 3.500 che entravano prima.
Da allora, la prima crisi umanitaria creata espressamente dall’Occidente ha impoverito la popolazione fino a limiti insospettabili. Se, nel 2007, un milione di persone a Gaza, dove abitano 1,5 milioni di palestinesi, sopravvivevano grazie agli aiuti dell'ONU, oggi si calcola che 1,2 milioni mangiano grazie alle Nazioni Unite, le quali hanno smesso di ricevere gli alimenti vitali a causa della chiusura israeliana. Oggi, gli abitanti di Gaza hanno serie difficoltà a reperire il pane.

Terzo luogo comune: “La colpa dell'offensiva è di Hamas perché continua a lanciare i razzi”
Lo scorso 19 dicembre, Hamas diede per finita la tregua unilaterale di sei mesi nella quale gli islamisti non lanciarono la loro artiglieria casalinga salvo che per risposta ai bombardamenti israeliani, senza causare morti. In cambio, esigevano che Tel Aviv alleviasse l’assedio permettendo l'entrata di prodotti di base e di combustibile, cosa che non accadde mai.
In quei mesi la situazione umanitaria nella Striscia andò deteriorandosi, fino al punto che gli israeliani proibirono il passaggio degli aiuti delle Nazioni Unite e perfino il combustibile affinché le agenzie dell'ONU potessero assistere la popolazione.
"In quale altro posto l'ONU subisce un sequestro? Dove si sottomette l'aiuto alimentare a tante severe restrizioni?”, si interrogava il direttore dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, John Ging.
Da parte sua, l’alto commissario dell'ONU per i Diritti umani, Navi Pillay, denunciò che "il blocco è una violazione delle leggi internazionali ed umanitarie."
Il relatore speciale dell'ONU per i territori palestinesi, il professore ebreo statunitense Richard Falk, reclamò agli inizi di dicembre uno "sforzo urgente per applicare le norme che proteggono la popolazione civile palestinese dalle politiche di punizione che comportano un crimine contro l'umanità". Falk, che qualificò il blocco contro Gaza come una violazione "continuata, flagrante e massiccia della legge umanitaria internazionale", fu espulso da Israele quando cercò di ritornare nei territori per terminare la relazione che dovrà presentare davanti all'ONU a marzo.

Quarto luogo comune: “Israele si difende dall'offensiva palestinese”
È certo che le fazioni armate palestinesi lanciano i loro razzi contro il sud di Israele, come è certo che Tel Aviv conduce offensive aeree contro la Striscia in quelli che definisce "assassini selettivi", che normalmente causano in generale vittime civili. La questione sta in che tipo di danno provocano gli uni e gli altri.
Secondo i dati del Ministero della Difesa israeliana, l'ONG The Israeli Project calcola che 23 israeliani sono morti tra l’inizio del 2001 e l'estate del 2008 a causa dei proiettili palestinesi. Secondo il Centro palestinese per i Diritti umani, in quello stesso periodo 3.800 palestinesi sono morti a causa degli attacchi israeliani, dei quali quasi 850 sono bambini.
D'altra parte, il Governo israeliano investe forti somme nella sicurezza della sua popolazione collocata nelle prossimità di Gaza, mentre i palestinesi non solo non hanno i bunker, ma neanche medicine, acqua o elettricità.

Quinto luogo comune: “Si tratta di un attacco contro l'infrastruttura militare di Hamas”
Le moschee, il canale della televisione di Hamas (Al Aqsa TV), l'Università Islamica di Gaza. Vari edifici civili sono stati attaccati nell'attuale offensiva di Tel Aviv, oltre a centri politici e militari.
Il problema è che qualunque attacco contro un obiettivo, perfino militare, a Gaza coinvolge numerosi civili, giacché la Striscia è una dei luoghi con maggiore densità di popolazione al mondo.
La maggioranza delle vittime sono state tra gli ufficiali della polizia palestinese affiliata ad Hamas, tra essi il loro massimo responsabile, nominato da Al Fatah, il che porta Israele ad affermare che sono stati colpiti obiettivi militari.
Tuttavia, secondo la IV Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra, i funzionari, compresi gli ufficiali di polizia, nei conflitti sono considerati civili e non combattenti, e per questo i gruppi dei Diritti umani denunciano un massacro.

Mónica G. Prieto

Mónica G. Prieto è stata corrispondente per Israele ed i Territori palestinesi tra il 2005 e 2007, e a vissuto a Gaza la vittoria elettorale di Hamas, le conseguenze del blocco e la situazione della guerra civile palestinese

dal sito www.ilbriganterosso.info

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